La proprietà collettiva ha origini antichissime, la gestione comunitaria delle terre dette origine alle prime forme di associazioni dette cives, storicamente anteriori allo stesso Comune.
Il Diritto romano non contemplava, invece, tra le forme proprietarie (vedasi il Digesto di Giustiniano) la proprietà collettiva.
Dopo la fine dell’Impero Romano le invasioni dei barbari furono portatrici di una cultura giuridica diversa dal diritto romano e si diffuse un nuovo tipo di collettivismo agrario: la Gesammtheit detta anche Condominus iuris germanici, cioè la proprietà a mani riunite, che rappresentò un sistema di valori giuridici diversi da quelli del diritto romano.
Il feudalesimo si sovrappose a tale sistema, l’investito del feudo conseguiva il godimento (utifrui) non la libera disponibilità dei beni.
I feudatari imposero però oneri spesso gravosi alle popolazioni le quali sostennero lotte secolari per esercitare i loro diritti.
Con l’affermarsi dei Comuni (XII secolo), le gestioni collettive mantennero la propria autonomia e sopravvissero come enti patrimoniali accanto all’ente amministrativo e politico con ordinamenti propri. La realtà dei cosiddetti usi civici seguì la millenaria storia dell’Italia e si differenziò notevolmente (ad esempio fra Nord, Centro e Sud della penisola).
In Umbria sotto l’influenza delle consuetudini germaniche della Marca comune o Allmende, si formarono associazioni agrarie costituite come corpi chiusi di esclusiva proprietà delle famiglie originarie con esclusione dei sopravvenuti (Oggi invece a Cancellara bastano tre anni di residenza per poter richiedere il diritto di utenza).